Interviste

Intervista alla Dott.ssa Rossana Riolo, responsabile del progetto "Mamme senza depressione" della ULSS15 Alta padovana, tratta dalla Conferenza del 22 gennaio 2016 dal titolo "La prevenzione della depressione post-parto", tenutasi presso il patronato della Sacra famiglia a Padova a cura delle Associazioni a tutela della salute mentale di Padova e provincia.

È ora che si incominci a parlare della depressione post-parto (ossia di una situazione patologica che può essere anche molto grave), portandola fuori dall'area nascosta in cui per tanto tempo è stata, inquadrandola nel ciclo della vita, cioè nella possibilità che l'essere umano - in questo caso la donna - si trovi in una situazione dolorosa anche quando vive un momento che è dipinto come felice. Il progetto pilota “Mamme senza depressione”, promosso a partire dal 2009 dalla ULSS15 Alta Padovana nei reparti di ginecologia e ostetricia degli ospedali di Camposampiero e Cittadella, si differenzia da altri dello stesso tipo perché è un intervento fatto nel momento in cui le donne partoriscono, quindi prevede l’intercettazione delle donne proprio nei giorni in cui sono in ospedale. Lo sforzo è importante, poiché - per dare qualche cifra – a Camposampiero vi sono circa 1600/1700 parti all'anno, e a Cittadella 1200/1300.

Dottoressa Riolo, quali sono le principali difficoltà delle mamme nei primi mesi dopo il parto?
Partiamo da quello che si dice di solito alle mamme: che la gravidanza è il periodo più felice della vita di una donna; che in gravidanza non ci si ammala di depressione perché gli ormoni ci proteggono; che le mamme sanno istintivamente come si fa a crescere un bambino; che le mamme riconoscono ed amano immediatamente il proprio bambino. Con questo bagaglio culturale, le mamme si trovano ad affrontare la realtà dei fatti. Passiamo ora a quello che le mamme pensano, ma che non dicono se non nei blog riservati, oppure al medico o allo psicologo. Una delle cose più comuni è: “La più grossa bugia che mi hanno detto sulla maternità è che i figli ti ripagano di tutto”. I figli ripagano, ma non di tutto. La convinzione che sia sufficiente avere un figlio per mettere a posto questioni irrisolte e sentirsi appagate e felici è falsa. Altre mamme dicono: “Il secondo figlio è arrivato in un momento di crisi, non ero proprio a posto con mio marito, però pensavo che avendo un bambino le cose migliorassero. Non è andata così”. Altra tipica affermazione è questa: “Non volevo stare da sola con mia figlia appena nata perché in quei momenti avevo paura di urlarle o di farle del male”. Oppure: “Ero così esausta, stanca e sfibrata, che un pianto ininterrotto di due ore, di altre due ore, non mi avrebbe fatto rispondere di me. Per questo portavo spesso la bambina da mia madre”. Ecco, perciò, che prima di tutto dobbiamo sfatare alcuni miti sulla maternità, e renderci conto che nella società attuale certi luoghi comuni non solo sono inutili, ma anche dannosi. In Gran Bretagna già nel 1998 era stato fatto uno studio sulle aspettative che le donne avevano riguardo alla nascita del proprio figlio, identificando quattro miti...

Intervista alle Dott.sse Michela Gatta e Lorenza Svanellini, tratta dalla Conferenza del 26 febbraio 2016 dal titolo "Il disagio psichico nel bambino: manifestazioni di esordio, come riconoscerlo e cosa fare", tenutasi presso il patronato della Sacra famiglia a Padova a cura delle Associazioni a tutela della salute mentale di Padova e provincia.

I bambini possono presentare disturbi psichiatrici?
Dott.ssa Michela Gatta: La risposta, purtroppo, è sì. Le proiezioni per il 2020 dell'Organizzazione Mondiale della Sanità parlano chiaro. Ci dicono che il carico di disabilità dovute ai disturbi mentali è destinato ad aumentare e che nel 2020 i bambini e gli adolescenti ad aver bisogno di un supporto psicologico o psichiatrico saranno il 20%. L'altro aspetto è che la maggioranza dei disturbi mentali dell’età adulta prende avvio in fase evolutiva. Il 75% di questi si manifesta in maniera sintomatologicamente evidente entro i 25 anni, ma presumibilmente i prodromi si verificano prima. Viene da sé che è importante riuscire a riconoscerli e a intervenire presto. Gran parte dei disturbi mentali più frequenti ha un'età di insorgenza di molto precedente a quella adulta. Ad esempio, il disturbo d'ansia, in una percentuale che va dal 50 al 75% dei casi, ha già esordio dai 5 o 6 anni di vita (Fig. 1). Il problema è che, nonostante siano chiaramente presenti anche in età infantile, i sintomi spesso non vengono riconosciuti e quindi la diagnosi e il trattamento iniziano tardi. Vari studi hanno cercato di individuare la frequenza dei disturbi psicologici nei bambini e negli adolescenti. Le stime variano dal 6 o 7% al 22 o 23%, a seconda delle patologie, con una media che potremmo definire attualmente attorno al 13%. Questi dati si riferiscono alla popolazione generale, ovvero il 13% di tutti i soggetti tra 0 e 18 anni manifesta una difficoltà psicologica. In Veneto, nel periodo 2012-2013, la popolazione che ha richiesto un intervento specialistico presso i Servizi è stata del 6%, ossia pari alla metà del dato di prevalenza. Quanto alle prime visite per disturbi psicologici di bambini e adolescenti presso il nostro Servizio nel periodo 2014-2015, ci sono stati 163 casi. Circa il 20% si riferisce a problematiche emozionali, tipo ansia e depressione, mentre il 40% si riferisce a problematiche comportamentali o miste a difficoltà emotive (Fig. 2).

Abbiamo detto che i disturbi mentali in età evolutiva esistono, abbiamo detto che hanno una certa frequenza, che è difficile riconoscerli per tempo e che pochi bambini e adolescenti accedono ai Servizi. Come vengono valutati quelli che ci arrivano?
Dott.ssa Michela Gatta: Vengono valutati attraverso un iter che dovrebbe essere il più possibile articolato e completo. I criteri diagnostici sono riconducibili a classificazioni nazionali ed internazionali, ossia l’ICD10 e il DSM. Esistono poi classificazioni specifiche per bambini piccoli, di età compresa tra 0 e 3/5 anni. A parte queste ultime, le classificazioni utilizzate nascono per il disagio psichico e comportamentale dell'adulto. Non esistono classificazioni ad hoc per l'età evolutiva. Succede quindi di dover fare rientrare nelle categorie adulte le problematiche del bambino e dell'adolescente, che possono avere manifestazioni e sfumature anche molto diverse. Perciò spesso il procedimento non è facile e – mi verrebbe da dire – in alcuni casi non proprio corretto, tanto che si discute molto sulle etichette diagnostiche relative a bambini e adolescenti. Se ne discute anche perché le potenzialità di cambiamento ed evoluzione del soggetto in età evolutiva sono moltissime. Quindi, rispetto ad una diagnosi psichiatrica dell'adulto, che bene o male pensiamo essere abbastanza stabile nel tempo, nel caso di un bambino o di un adolescente è importante che la diagnosi fatta secondo i criteri da manuale sia di volta in volta rivista e rivalutata...